Archivio mensile:settembre 2013

Cos’è Vine ? – Come condividere “micro” video su Twitter

Vine è una app gratuita per iPhone e iPad messa a disposizione da Twitter. L’applicazione consente di girare microvideo della durata di 6 secondi da postare sul popolare social network. Il servizio è stato creato da una startup – Vine, appunto – recentemente acquistata da Twitter. Per ora si può utilizzare anche senza essere iscritti a Twitter (anche se sul blog di Vine l’iscrizione alla piattaforma di microblogging è vivamente consigliata).

Registi per 6 secondi

Ma come funziona? Per prima cosa occorre scaricare la app dall’App Store (lo si può fare gratuitamente a questo link). Vine non è ancora disponibile per Android, ma una versione compatibile è in fase di sviluppo.
A questo punto, il servizio è pronto per funzionare.Sarà l’utente stesso a divenire regista del filmato. Basta trovare qualcosa da riprendere (qualcosa di particolarmente significativo, dato che avete solo 6 secondi) e cliccare sull’icona della telecamera in alto a sinistra. Per filmare è sufficiente tenere il dito premuto sullo schermo: se lo spostate, si interromperanno le riprese. Potete ripetere la stessa operazione più volte, cambiando punto di vista e giocando con la regia: lo scopo dell’applicazione è proprio – dato lo spazio di tempo ridotto – stimolare la creatività degli utenti. Qualche giorno fa lo stesso Dick Costolo (@dickc), amministratore delegato di Twitter, ha postato un video realizzato con Vine che trovi anche qui sotto, in cui spiega, in 6 secondi, la ricetta della tartare di carne.

 

Guarda altri esempi di filmati creati con questa app dal blog di Twitter.

A questo punto sarà Vine ad assemblare i vari spezzoni ottenendo un unico filmato, che potrà essere corredato di hashtag e commenti (nei limiti dei 140 caratteri) e postato su Twitter o su Facebook (Facebook però, ha impedito a Vine di accedere alla rete di contatti degli utenti per integrare la propria rete di conoscenze). Il microvideo apparirà naturalmente anche sulla Timeline di Vine. Il filmato si vedrà in loop, senza interruzioni. Una sorta di Instagram “allungato” che lascia spazio a nuove idee.

 

Ebook nelle scuole rimandati al 2015: tutti i ritardi dell’Agenda digitale

EBOOK nelle scuole al posto dei libri di carta? Se ne riparlerà al 2015-2016: il rinvio, di un anno rispetto alle norme già scritte, sarà contenuto in un pacchetto di che il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza presenterà il 9 settembre al Consiglio dei ministri. Un rinvio che era già stato annunciato alcune settimane fa, ma che ora viene confermato nero su bianco, secondo quanto riportato dal Corriere delle comunicazioni. Ed è solo l’ultimo dei “tradimenti dell’Agenda”, come ha commentato su Twitter Roberto Sambuco, capo dipartimento alle Comunicazioni al ministero dello Sviluppo economico.

La notizia segue inoltre quella dei 20 milioni tolti, nel decreto del Fare, al progetto per dare la banda larga a tutti gli italiani entro il 2014 (già questo un rinvio rispetto all’obiettivo 2013 presente nel decreto Crescita 2.0). Con in più il ritardo, ormai di un anno, all’avvio formale dell’Agenzia dell’Italia digitale (attuatore di molti provvedimenti dell’Agenda), poiché ancora non ne è stato approvato lo Statuto.

Attesi anche il Documento unificato (un nuovo documento che unirà carta d’identità e tessera sanitaria) e l’Anagrafe nazionale della popolazione (primo tassello per semplificare la gestione dei dati dei cittadini per la PA). Negli ultimi mesi insomma sui vari capitoli dell’Agenda ci sono stati solo rinvii e promesse.

E tra queste promesse c’è quella che vede la sistemazione della governance dell’Agenda, grazie anche al nuovo ruolo di regista assunto da Francesco Caio presso la Presidenza del Consiglio, al fianco dell’Agenzia diretta da Agostino Ragosa, il cui Statuto dovrebbe essere approvato dalla Corte dei conti entro settembre. O ancora, quella che i soldi per la banda larga torneranno con la nuova legge Sviluppo, assicurano dal Governo. Che gli ebook alla fine partiranno (adesso le scuole e gli editori non sarebbero pronte, dice il ministro Carrozza, e non si può puntare su “un solo software”). E ancora, che entro fine anno arriveranno i decreti per il Documento unificato e l’Anagrafe nazionale. Per ora quindi promesse, rinvii e ritardi.


Che cosa perdiamo, in questo stallo? Risparmi per 20 miliardi e maggiori entrate per 5 miliardi in tre anni, per lo Stato, secondo uno studio di School of Management-Politecnico di Milano. O detta altrimenti: vediamo sfumare pian piano l’ultimo treno per metterci alla pari con l’Europa, quanto a modernizzazione del Paese grazie al digitale, in vari settori. Banda larga a tutti, pubblica amministrazione più efficiente, meno burocrazia per cittadini e aziende, programmi didattici aggiornati nelle scuole. Ce lo dice uno studio pubblicato ad agosto da MM One Group: solo la Romania fa peggio dell’Italia nel percorso per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda digitale 2020 fissati dalla Commissione europea. L’Italia è in ritardo per velocità di connessione alla rete (solo a luglio è stata avviata la prima rete nazionale in fibra ottica, di Telecom Italia), negli acquisti online (17 per cento della popolazione, contro la media europea del 45 per cento), per quota di Pmi che fanno vendite o acquisti online (4 per cento, media europea 13 per cento), nell’uso regolare di Internet (53%) e dei servizi di eGovernment (19%, media europea 44%).

Il decreto Crescita 2.0, che ha lanciato a fine 2012 il primo programma sistematico di Governo per l’Agenda digitale, era una presa di coscienza di questo ritardo nazionale e si reggeva su un’idea: era possibile uscirne solo grazie a un pacchetto di azioni che svecchiassero l’Italia, imponendo una scaletta di cambiamenti. A partire dalle pubbliche amministrazioni. Cambiare lo Stato per cambiare l’Italia: doveva essere questo l’impulso, dall’alto, per ammodernare il sistema. Ma le norme dell’Agenda digitale, del decreto Crescita 2.0 e non solo, hanno subito le inerzie dell’amministrazione pubblica. Qualche indizio di questi intoppi c’erano già nel decreto Crescita 2.0, per via dell’eccessiva presenza di decreti attuativi e di una governance troppo frammentata per l’Agenda. In altre parole, il decreto mette troppe persone a decidere su come applicare le norme. Peccato che l’Agenda digitale era nata appunto per superare questiretaggi.

I “tradimenti” degli ultimi mesi erano insomma in nuce nelle norme precedenti. Risultato, “dei 51 provvedimenti dell’Agenda, l’Italia ne ha adottati soltanto cinque, mentre ben 22 non sono stati emanati nonostante sia scaduto il termine per la loro adozione (per alcuni, addirittura, da dicembre 2012)”, dice Ernesto Belisario, avvocato tra i massimi esperti di questi temi e curatore di un monitoraggio sistematico dello stato d’avanzamento dell’Agenda.

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